Partenze

Le stazioni sono luoghi fuori dal tempo e dallo spazio,
posti in cui i secondi, a volte, non passano mai
mentre altre, i minuti, passano troppo velocemente;
sono luoghi da cui non partono solo persone,
luoghi in cui arrivano soprattutto emozioni.

E si accavallano.. come i nervi della spalla,
fanno male, fino a far scendere le lacrime,
fino a farti credere che quando uscirai da lì
non troverai più tutto il mondo ad aspettarti.

Io cammino cercando di non pensarci,
non sento il peso della mia borsa
nè la stanchezza nelle gambe,
facendo finta di non ascoltare quella voce
che arrivando sin dal profondo del mio petto,
mi sussurra quacosa nell’ orecchio.

Metto un piede davanti l’altro,
cercando di guardare solo per terra,
ma il mio sguardo continua a puntare
nella stessa direzione,
le mie orecchie continuano a sentire quel fischio.

Mi fermo, mi soffermo, mi giro, mi volto
e accendo una philip morris sorridendo;
chiudo gli occhi e quando li riapro
tutto diventa molto più chiaro.

Ora vedo quell’uomo con gli occhi lucidi
che continua a scrutare il binario in attesa che appaia qualcuno,
vedo quel ragazzo pieno di piercing che
fuma nervoso continuando a fare gesti davanti al
finetrino di un intercity che sta per partire,
vedo gli abbracci infiniti e quell’ultimo bacio
prima che le porte si chiudano…
con il braccio che non smette di stringere una gamba
e gli occhi che scrutano ansiosi il capotreno.

Ora vedo distanze lunghe centinaia di chilometri
racchiuse in pochi metri, che via via si dilatano
con l’allontanarsi degli occhi e degli sguardi.

Salgo sul mio frecciarossa, mi siedo e mi perdo in mille pensieri,
finchè la mia attenzione viene calamitata da una bambina
è nel corridoio, con il viso proprio all’altezza del mio,
guarda me e poi guarda in alto, guarda me e poi guarda in alto,
non capisco, è tesa, quasi ansiosa;
ad un certo punto dice “mamma… si sta facendo la fila, mamma…”
alzo lo sguardo e capisco che non osservava me.

La madre, una giovane donna sulla trentina, è ferma nel corridoio
con il trolley in mano, persa in un tenero sguardo fuori dal finestrino;
guarda qualcosa, probabilmente qualcuno, che deve per forza
ricambiare questo perdersi negli occhi altrui..
perchè solo durante certi momenti
perdi ogni dimensione del luogo e del momento, non esiste nient’altro.
E la bimba continua a guardare, prima lei e poi quel finestrino,
non capendo cosa mai ci possa essere di così tanto importante da osservare.

Dopo una decina di secondi, la bimba decide che oltre le parole
forse può servire anche un gesto,
per risvegliare la mamma da questo torpore
e ripete “mamma.. guarda che si sta facendo la fila..”
questa volta tirandole leggermente la gonna;
e solo ora, la donna, alza leggermente la testa,
sorride al finestrino e poi la riabbassa continuando a sorridere dicendo
“va bene tesoro.. andiamo.. il nostro posto è il 44”.

Nessuno, sul treno, in fila, ha osato interrompere quello sguardo.

Credo davvero che sia impossibile poterlo fare.

Io, a quel punto,
ho semplicemente appoggiato la testa sul bordo del sedile,
ho chiuso gli occhi, e prima di addormentarmi
credo di aver solo mosso le labbra..
e senza far rumore.. un’ ultima volta, ho detto:

“Sei Bellissima…”

S.

 

Solo la direzione è reale, la meta è sempre fittizia,
anche la meta raggiunta… anzi soprattutto questa.

(Arthur Schnitzler, Il libro dei motti e delle riflessioni, 1927)

Partenzeultima modifica: 2011-04-20T22:21:00+00:00da admin
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